Ma il campo e le scelte societarie raccontano, purtroppo, un’altra storia.“Più forti, più uniti, più Pescara”. È questo il claim scelto per la nuova campagna abbonamenti. Uno slogan che trasmette passione, identità, appartenenza. Un messaggio che accende l’orgoglio della piazza e richiama il senso di comunità che solo il calcio sa dare.Ma basta abbassare lo sguardo sul rettangolo verde per accorgersi che, al di là delle parole, la realtà è molto meno rassicurante. Ogni anno la stessa storia: rivoluzioni estive, dieci facce nuove, sogni di rilancio. E poi il campo che restituisce una verità crudele: il Pescara resta un cantiere infinito, senza identità e senza continuità.Quest’anno gli arrivi di Tsadjout, Okwonkwo, Vinciguerra, Caligara, Corazza, Brandes hanno fatto parlare di un Pescara “rivoluzionato”, pronto a voltare pagina. Ma la verità è che una squadra non si costruisce sommando nomi su un foglio: servono continuità, un progetto tecnico, una base che resti anno dopo anno. E questo a Pescara manca.
Il paragone con chi lavora bene è inevitabile. Il Cesena ha fatto un mercato intelligente: ha resistito alle offerte, ha trattenuto i suoi gioielli, ha inserito solo ciò che serviva. Risultato? Una squadra che ha già gol e certezze.
Il Pescara, invece, vive nell’eterno precampionato. Spera che ogni estate nasca un nuovo Lapadula, ma la realtà è che da anni manca un centravanti da 15 gol. Senza reti, in Serie B, resti ai margini: i punti scappano, la classifica punisce, la pazienza si consuma.
Il simbolo della cattiva programmazione ha un nome: Antonio Arena. Giovane, di prospettiva, cresciuto e valorizzato in biancazzurro, ma lasciato andare. La società si è consolata con un milione e un 20% sulla futura rivendita, ma il messaggio è chiaro: il Pescara non è più capace di trattenere i suoi ragazzi.
Arena sarebbe andato in scadenza l’anno prossimo? Vero. Ma le società che credono nei loro talenti li blindano prima, costruiscono intorno a loro, non li svendono alla prima occasione. Questo è il salto di mentalità che a Pescara continua a mancare.Accanto ad Arena, c’è un altro nome che rischia di diventare un caso: Dagasso. È rimasto, per ora, ed è forse il gioiello più prezioso che i biancazzurri hanno trattenuto. Ma basterà la prima finestra utile per rimetterlo sul mercato? Già si parla di possibili offerte a gennaio, con la solita formula: accordo con un club di categoria superiore e permanenza a Pescara fino a giugno.
Se così fosse, si ripeterebbe lo stesso copione: un talento che dovrebbe rappresentare il futuro biancazzurro trasformato in merce di scambio, utile solo a tappare i conti della stagione. E ogni volta, invece di costruire, si smonta.
Intanto la città fa quello che può: riempie lo stadio, sostiene, sopporta. Ma i tifosi non si accontentano più delle solite favole d’agosto. Hanno imparato che le rivoluzioni estive illudono e che, al momento della verità, il Pescara resta incompiuto.
Il club deve smettere di vivere di cantieri. Non serve cambiare dieci uomini all’anno, serve una base solida, da rinforzare e non da distruggere. Il caso Arena, l’ennesima rivoluzione, l’assenza di un bomber: tutto racconta una società che non programma, che improvvisa, che vive alla giornata.
Il club deve smettere di vivere di cantieri. Non serve cambiare dieci uomini all’anno, serve una base solida, da rinforzare e non da distruggere. Il caso Arena lo dimostra, il futuro di Dagasso fa paura: senza programmazione non si cresce.
La Serie B è spietata e non aspetta nessuno. O si inizia a costruire davvero, o si resta prigionieri di un eterno precampionato. Pescara merita molto di più: identità, continuità, e la capacità di trattenere i propri gioielli. Perché di vivacchiare, in B, prima o poi si muore. Ma forse è proprio questo che la società vuole: vivacchiare, tirare a campare, e come va… andrà.
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