Un’altra domenica in cui il Pescara esce dal campo con la sensazione di aver fatto qualcosa, ma non abbastanza.
Il 2-1 del Frosinone all’Adriatico non è una rapina, non è un episodio isolato, non è nemmeno una sorpresa.
È la fotografia di una squadra che prova a giocare, che a tratti convince, ma che non riesce mai a governare la partita quando conta davvero.
Il Pescara parte bene, trova il gol quasi subito, dà l’impressione di poter indirizzare la gara. Ma è un’illusione che dura poco.
Perché appena il livello di difficoltà si alza, appena l’avversario prende campo e coraggio, i biancazzurri arretrano. Si abbassano. Rinunciano.
È un copione che conosciamo fin troppo bene.
Il problema non è solo tecnico.
È mentale, strutturale, identitario.
Questa squadra segna e poi sembra aver paura di quello che ha fatto.
Non accelera, non insiste, non prova a chiudere. Aspetta. E aspettare, in Serie B, significa quasi sempre pagare dazio.
Il Frosinone non fa nulla di straordinario: resta in partita, cresce col passare dei minuti e alla fine capitalizza errori, incertezze e passaggi a vuoto.
Il Pescara, invece, smarrisce progressivamente intensità e lucidità, lasciando scivolare la partita dalle mani.
Ci sono singoli che tengono il livello: Dagasso su tutti, Tonin finché ha benzina, Faraoni per spirito e corsa.
Ma quando il collettivo non regge, le buone prestazioni individuali restano note a margine.
Anche Desplanches, che nelle ultime settimane aveva spesso tenuto in piedi la baracca, stavolta non riesce a essere decisivo.
E quando il Pescara non viene salvato dal portiere, emergono tutte le fragilità di una squadra che non ha ancora imparato a proteggere se stessa.
Gorgone ci prova, lavora sull’atteggiamento, chiede aggressività e presenza.
Ma il problema non è l’impegno: il Pescara corre, si spende, lotta.
Il problema è che non sa cosa fare quando la partita chiede maturità, non solo energia.
La classifica comincia a farsi pesante, non per la posizione in sé, ma per la continuità delle sconfitte.
Perché perdere così, dopo essere andati in vantaggio, logora. La testa prima delle gambe.
Il Pescara oggi non è una squadra allo sbando, ma è una squadra incompleta.
Incompleta nella gestione, nella personalità, nella capacità di trasformare le buone intenzioni in punti.
E finché questo salto non verrà fatto, ogni partita rischierà di assomigliare alla precedente:
un buon inizio, una speranza accesa, e poi l’ennesima occasione lasciata per strada.
Il tempo delle attenuanti sta finendo.
Ora serve una risposta vera, sul campo, non nelle parole.
Perché a Pescara la pazienza è sempre stata una virtù.
Ma l’abitudine a perdere non lo sarà mai.
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