Il calcio, a volte, non ha logica. A volte è pura epica. È la storia di una squadra che per ottanta minuti annaspa, soffre, viene travolta da un uragano di gioco superiore, eppure non si spegne. Tiene duro, aggrappata ai pali miracolosi del suo portiere e all'orgoglio di una maglia. Poi, quando tutto sembra scritto, scrive una pagina indimenticabile. Sabato 13 settembre 2024 all’Adriatico Stadium è successo proprio questo: il Pescara ha strappato un 2-2 al Venezia che vale molto più di un punto. Vale un'identità ritrovata.
La cronaca, spietata, dice che al 20' Squizzato abbatte Doumbia per un rigore ineccepibile trasformato da Adorante. Dice che al 67' Daniel Fila raddoppia, sfruttando una sponda di Hainaut (con il Pescara che protesta vivamente per un presunto fallo su Corazza). La statistica parlerà di un dominio veneziano schiacciante, di un possesso palla opprimente, di occasioni sprecate come il tu per tu deviato da Desplanches su Doumbia nel primo tempo.
Ma la cronaca, da sola, non basta. Perché per capire questa partita bisogna parlare di Giacomo Desplanches. Il portiere è stato un titano, l'ultimo baluardo di una fortezza assediata. Senza le sue parate (in particolare quella stellare su Doumbia nel primo tempo) ogni discorso sarebbe stato inutile. È stato lui, con i suoi riflessi, a mantenere accesa una fiammella di speranza quando il vento soffiava forte contrario.
E poi bisogna parlare della genialità. Perché se il Venezia di Stroppa, ha giocato "un alto calcio" per larga parte dell'incontro, il Pescara ha avuto dalla sua un raggio di luce pura: Andrea Olzer. In una serata di fatica e rincorse, lui è sembrato un artista in una fabbrica. Tecnica superlativa, visione di gioco e quel sinistro al 79' che ha riacceso i riflettori sulla partita: un'azione nata da un lancio per Di Nardo, uno spunto di quelli che solo i numeri 10 veri hanno, e un destro a giro che ha beffato Stankovic nell'angolino. Un gol da antologia, il primo necessario squillo di tromba della rivolta.
Ma l'epica ha bisogno di un eroe, e l'eroe è stato Alessandro Di Nardo. Entrato al 70' minuto, ha scritto la sua nomea da "super-sub" in lettere cubitali. Non solo per l'assist per Olzer, frutto di un'intelligenza tattica fuori dal comune. Ma per quel momento di pura follia e determinazione al 90'+1. Punizione batta e messa in area, una mischia furibonda, Franjic e Korac che commettono un imperdonabile errore di lettura, e lui, Di Nardo, solo, abbandonato da tutti, che piomba sul pallone e di testa scrive la storia. Il boato che è esploso in quel momento non era solo per il gol del pareggio, era per la vittoria dell'orgoglio sulla classe, del cuore sulla tecnica.
Il Venezia uscirà da Pescara con la amara sensazione di aver lasciato sul campo due punti pesantissimi. Aveva la partita in mano e l'ha sciupata con troppa supponenza negli ultimi, fatali, minuti.
Ma questa notte non appartiene a loro. Appartiene al Pescara. Appartiene a Desplanches, al genio di Olzer, alla grinta di Di Nardo. Appartiene a Mister Vivarini, i cui cambi (Valzania e Capellini a inizio ripresa, Merola e Di Nardo poi) hanno progressivamente ribaltato le sorti di una partita apparentemente persa. Questo pareggio è il simbolo di una squadra che forse non è la più forte sul piano del talento, ma che ha dimostrato di avere un animo gigantesco. E in una lunga stagione come la Serie B, a volte, è l'animo a fare la differenza. Forza Delfini, sempre.
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