Lo Stadio Adriatico “Giovanni Cornacchia” non è soltanto un impianto sportivo: è un pezzo identitario della città. Inaugurato nel 1955, ampliato negli anni Ottanta e radicalmente trasformato nel 2009 per i Giochi del Mediterraneo, l’Adriatico è stato teatro delle promozioni del Delfino, delle grandi sfide con Juventus e Milan negli anni di Serie A, ma anche di concerti, eventi e cerimonie pubbliche. Un simbolo, insomma, che oggi però fa i conti con un presente difficile: criticità strutturali che impongono riflessioni non più rinviabili.
Dal restyling del 2009 all’oggi
L’ultimo intervento importante risale al 2009, quando – grazie a circa dieci milioni di euro stanziati per ospitare i Giochi del Mediterraneo – lo stadio fu completamente riqualificato. Arrivarono la nuova copertura in legno lamellare, la ristrutturazione delle tribune, gli spogliatoi moderni, nuovi impianti elettrici e di sicurezza. Un impianto che, all’epoca, venne descritto come “pronto per il futuro”.
Ma un impianto non resta moderno per inerzia. Dal 2010 in poi il Comune di Pescara, proprietario della struttura, ha garantito la manutenzione ordinaria: piccoli adeguamenti antincendio, messa in sicurezza delle vie di fuga, controlli annuali di agibilità. Tutto questo risulta nelle determine comunali e nei bilanci. Tuttavia, al di là degli interventi minori, non emerge traccia di un piano straordinario a lungo termine per monitorare la staticità delle tribune o programmare interventi ciclici sul cemento armato e sulla copertura.
Ed è qui che nasce la frattura. Perché le strutture costruite in cemento e legno lamellare necessitano di controlli periodici approfonditi, prove di carico, monitoraggi decennali. Nel caso dell’Adriatico, questo percorso non sembra essere stato avviato.
L’allarme del 2025
Le verifiche tecniche svolte nell’agosto 2025 hanno riportato crepe e cedimenti nei piloni della tribuna Majella. Una criticità tale da portare sul tavolo l’ipotesi più temuta: inagibilità parziale e la necessità, per il Pescara Calcio, di emigrare provvisoriamente a Castel di Sangro. Uno scenario che agita tifosi e istituzioni, perché significherebbe non solo costi aggiuntivi e disagi, ma anche un colpo al capitale emotivo della città, che nello stadio riconosce da sempre la propria casa sportiva.Non è corretto dire che il Comune non sia mai intervenuto: gli atti dimostrano lavori di routine, messi in campo anno dopo anno. Ma è altrettanto vero che la prevenzione non può ridursi a ordinaria amministrazione. Dopo il 2009 non risulta avviato un piano decennale di manutenzione straordinaria. Nessuna strategia per monitoraggi strutturali con sensori (oggi tecnologia economica e diffusa), nessun fondo pluriennale vincolato a interventi ciclici. In pratica, si è gestito l’impianto “anno per anno”, finché le criticità non sono diventate macroscopiche.
Eppure esempi non mancavano: altre città italiane hanno avviato project financing o partenariati pubblico-privati, affidando al club la gestione e l’onere degli investimenti (Udine con la Dacia Arena, Frosinone con lo Stirpe). A Pescara, invece, il modello è rimasto integralmente comunale, con il Pescara Calcio spettatore e fruitore più che attore protagonista.
La responsabilità condivisa
In un editoriale onesto bisogna dirlo chiaramente: la responsabilità è diffusa. Il Comune ha garantito solo la manutenzione minima, senza una visione a lungo termine. Il club, dal canto suo, avrebbe potuto spingere per un piano di riqualificazione, proponendo soluzioni di co-gestione o aprendo al coinvolgimento di sponsor e investitori privati. Nulla di questo è accaduto.
Il risultato è che oggi la città si trova con uno stadio iconico, ma fragile. Non abbandonato, ma certo non curato con la lungimiranza che una struttura del genere richiede.
Una scelta per il futuro
La domanda ora è: cosa fare? Tre strade si aprono. La prima è la manutenzione straordinaria, urgente e non più rinviabile, con fondi da reperire nel bilancio comunale o attraverso contributi regionali/nazionali. La seconda è valutare un partenariato con il Pescara Calcio, coinvolgendo sponsor e privati per un rilancio condiviso. La terza, la più pericolosa, è il rinvio: accettare l’emergenza, spostare il Pescara altrove e rimandare ancora. Ma questa scelta avrebbe un costo enorme, economico e simbolico.
Lo Stadio Adriatico è un gigante che oggi chiede conto della prevenzione mancata. Non è stato dimenticato, ma non è stato neppure accompagnato con piani seri di manutenzione. La cronaca ci dice che le crepe sono arrivate prima dei progetti. Ora servono coraggio, fondi e una visione. Perché un simbolo della città non può diventare un fardello.
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