Il Professore in cravatta che spiega Calcio alla Serie A

C'è un fermo immagine che resiste al tempo, custodito gelosamente nei cassetti della memoria di chi ha amato il calcio romantico della fine degli anni '80. È lo sconcerto dei cronisti che attendono il nuovo acquisto del Pescara al terminal dell'aeroporto di Linate. In quell'estate del 1988, il calcio italiano è abituato a sudamericani stravaganti, carichi di oro, sorrisi d'ordinanza e una visibile ansia da palcoscenico. Poi si aprono le porte scorrevoli dello sbarco da Düsseldorf e compare Milton Queiroz da Paixão, Tita. Abito scuro dal taglio impeccabile, cravatta perfettamente annodata, camicia stirata e una valigetta ventiquattrore stretta nella mano destra. Sembra un manager della finanza tedesca sbarcato per rilevare un'azienda, non l'attaccante chiamato a far dimenticare lo sfumato sogno di un giovanissimo Romário.

Quell'equivoco estetico diventerà il manifesto della sua unica, folle e bellissima stagione in Abruzzo. In un Pescara trascinato dall'utopia calcistica di Giovanni Galeone — una squadra che praticava un 4-3-3 spregiudicato, quasi sfrontato, dove difendere era un optional e attaccare un dovere morale — Tita fu il professore che mise l'abito da sera al fango della lotta salvezza.

Mentre l'Adriatico si riempiva gli occhi con la monumentale saggezza di Leo Júnior, Tita si rivelò il terminale perfetto di quella sinfonia brasiliana. Non ballava la samba sulla fascia, non cercava il dribbling fine a se stesso; correva a testa alta, con una postura regale, leggendo i corridoi verticali prima ancora che i centrocampisti avversari potessero anche solo intuirli. Aveva una spietatezza sottoporta insolita per un trequartista prestato all'attacco. Quando entrava in area, la valigetta ventiquattrore si apriva e ne uscivano sentenze inappellabili.

In quel Pescara dominato dal "galeonismo" — una filosofia di vita prima ancora che un modulo tattico, fatta di cene di squadra, spensieratezza e attacchi folli — Tita era l'elemento destabilizzante. Era un'anomalia poetica. Giovanni Galeone chiedeva ai suoi ragazzi di divertirsi e di far saltare gli schemi; Tita, invece, applicava al campo la precisione chirurgica di un orologiaio.

Il legame con la tifoseria fu un colpo di fulmine strano: non era l'idolo da idolatrare per una giocata a effetto, ma il campione da ammirare con un brivido lungo la schiena ogni volta che toccava il pallone. Quando Leo Júnior inventava calcio a centrocampo, Tita si smarcava con un'eleganza aristocratica, quasi geometrica. Non correva mai a vuoto. Ogni suo movimento nello stretto era un trattato di efficacia: il corpo orientato perfettamente, il controllo orientato e quel tiro pulito, secco, che non lasciava scampo ai portieri.

Le sue triplette a Licata e Messina nella Coppa Italia dell'agosto 1988 rimangono nell'immaginario collettivo come le prime notti di un amore estivo travolgente. Ma fu quel pomeriggio d'inverno all'Olimpico contro la Roma a trasformarlo in mito eterno. In quel 3-1, Tita non giocò semplicemente a calcio: dettò le regole del gioco. Tre gol che sembravano quasi facili per quanto erano logici, figli di un'intelligenza calcistica superiore che viaggiava a una velocità doppia rispetto ai difensori giallorossi.

Chiedetelo ai tifosi della Roma, che in quel freddo sabato pomeriggio del 18 febbraio 1989 videro l'Olimpico trasformarsi nel giardino di casa del professore. Tre colpi chirurgici, tre istantanee di pura intelligenza balistica che schiantarono la Roma di Liedholm e regalarono al Pescara un 1-3 da tramandare di padre in figlio. O chiedetelo ai portieri di Licata e Messina, tramortiti in Coppa Italia dalle sue triplette estive che avevano mandato in estasi una provincia intera.

Quando la retrocessione in Serie B divenne realtà, Tita non si lasciò andare a lacrime o scenate. Raccolse le sue cose, i suoi 16 gol stagionali e li richiuse nella valigetta con lo stesso scatto secco con cui gonfiava la rete e salutò Pescara. Se ne andò in silenzio, lasciando la sensazione di aver assistito al passaggio di una stella cometa: bellissima, algida, impossibile da trattenere. Nei bar vicino al porto, tra un bicchiere di vino e un ricordo dei tempi d'oro, il suo nome risuona ancora oggi come il simbolo di una stagione in cui il Pescara, pur cadendo, lo fece vestito con l'abito più elegante del mondo.

Partite emblematiche di Tita

Licata - Pescara 1-3 (Coppa Italia) 31 agosto 1988 (4ª giornata della prima fase a gironi).

Tripletta di Tita ai minuti 44', 72' e 81'.

Pescara - Messina 4-3 (Coppa Italia) 3 settembre 1988 (5ª giornata della prima fase a gironi).

Tripletta di Tita ai minuti 36', 37' e 68' su rigore. Il quarto gol del Pescara fu di Pagano all'85'. 

Lazio - Pescara 2-2 (Serie A) 18 dicembre 1988 (10ª giornata di campionato) Doppietta di Tita al 53' e al 65' per la rimonta biancazzurra.

Juventus - Pescara 1-1 (Serie A) 5 febbraio 1989 (16ª giornata di campionato).

Gol di Tita al 43' del primo tempo. 

Roma - Pescara 1-3 (18 febbraio 1989) 

Tripletta di Tita al 45', al 54' e al 69'.

Sezione: Copertina / Data: Lun 24 agosto 2026 alle 16:22
Autore: Stefano Barbati
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