Prima dal Pescara, ora dal Bari non è una semplice curiosità di mercato. È la radiografia perfetta del calcio moderno delle società in crisi: una corsa senza progetto, dove l’allenatore è il primo capro espiatorio di errori che non ha commesso da solo, e dove le soluzioni sono sempre temporanee, disperate e destinate a fallire.
Vivarini non è stato esonerato dal Pescara perché un cattivo allenatore. È stato esonerato perché la società, non gli ha fornito una squadra per la Serie B. La rosa era chiaramente insufficiente, costruita all’ultimo minuto, con troppi giovani e troppi "se". Quando i risultati non sono arrivati, la scelta più facile è stata cambiare l’allenatore, illudendosi che fosse quello il problema.
Il Bari, a sua volta, ha commesso lo stesso identico errore. Cercando una scossa dopo un avvio negativo, ha pensato che Vivarini, fresco di esperienza (seppur fallimentare) in B, potesse essere la risposta. Ma il problema del Bari non era la panchina: era una squadra mal costruita, senza identità. Vivarini, gettato nella mischia senza un preavviso e senza una rosa adatta al suo gioco, non ha potuto fare miracoli. È stato inghiottito dalla stessa logica che lo aveva allontanato da Pescara: l’emergenza permanente che chiede soluzioni istantanee dove servirebbero piani a lungo termine.
Questo doppio esonero in pochi mesi è un monito spietato, soprattutto per noi biancazzurri. Dimostra due cose:
Il problema non era (solo) Vivarini. Se lo stesso allenatore fallisce in due contesti diversi con gli stessi identici problemi (squadra insufficiente, pressione altissima, richiesta di miracoli), significa che il vero fallimento è a monte: nella pianificazione societaria.
Il "mercato degli allenatori" è malato. Vivarini è diventato, suo malgrado, il simbolo dell'allenatore-rattoppo, preso nel panico e scaricato nel panico. Una soluzione temporanea per società che non hanno soluzioni permanenti.
Mentre noi oggi guardiamo al nostro futuro con Gorgone, la parabola di Vivarini dovrebbe farci riflettere. Cambiare l’allenatore serve a poco se non si cambia la filosofia. Assumere o esonerare non è un progetto. E fino a quando le società – la nostra per prima – crederanno che la salvezza sia una questione di fortuna e di cambi in panchina piuttosto che di costruzione seria e paziente, storie come questa, di doppi esoneri e di fallimenti annunciati, saranno soltanto la normalità. Vivarini è stato vittima due volte dello stesso sistema. La domanda è: noi tifosi, di quanti fallimenti ancora saremo vittime?
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