Perché l’1-1 del San Nicola ha un nome e un cognome chiaro: Sebastiano Desplanches. Senza i suoi due rigori parati, oggi parleremmo dell’ennesima sconfitta e dell’ennesima analisi difensiva. Invece il Pescara torna a casa con un punto che somiglia a un regalo, più che a una conquista.
Eppure, il contesto rende tutto ancora più amaro e più significativo.
Il Pescara è rimasto in dieci uomini dal primo tempo per l’espulsione di Olzer, un’entrata tanto inspiegabile quanto evitabile. Un fallo folle, inutile, senza logica né necessità. Uno di quegli interventi che non parlano di cattiveria agonistica, ma di confusione mentale. E in questo momento il Pescara, più che cattivo, appare confuso.
Restare in dieci a Bari significa sopravvivere. E il Pescara ha fatto proprio questo: ha resistito, non ha giocato.
In mezzo a tutto questo, però, c’è una nota che merita di essere sottolineata con forza: la prova di Tonin. Presenza, lotta, profondità, sacrificio. Ha tenuto palla, ha fatto salire la squadra e ha avuto persino l’occasione per raddoppiare. E qui la domanda nasce spontanea: perché un giocatore così è stato sistematicamente escluso nella gestione precedente? Cosa vedeva Vivarini che oggi sembra semplicemente non esserci mai stato? Tonin non è un fenomeno, ma è un attaccante vero. E in questo Pescara, non è poco.
Ma il nodo non è il singolo.
Il nodo è sempre lo stesso.
Il Pescara segna, va in vantaggio e… si ritrae.
Si abbassa.
Rinuncia.
Aspetta.
Lo fa in undici.
Lo fa in dieci.
Lo fa sempre.
Ed è qui che emerge il vero cortocircuito identitario.
Perché questa piazza, questo pubblico, questo DNA biancazzurro è cresciuto con un’idea precisa: segnare e continuare a giocare. Segnare e attaccare ancora. Segnare e non negoziare mai la propria natura.
Noi eravamo abituati a Zeman.
Al primo gol… attaccava, attaccava, attaccava.
Non esisteva il concetto di “gestione”. Esisteva solo il dominio del campo.
Oggi invece il Pescara, anche quando avrebbe lo spazio per colpire, sceglie di rinunciare. E questa rinuncia, alla lunga, diventa una condanna.
Certo, restare in dieci cambia tutto.
Certo, Bari spinge.
Certo, il punto è prezioso.
Ma se togli Desplanches monumentale, decisivo, determinante questo pareggio non sta in piedi. E quando il tuo risultato dipende quasi esclusivamente dal portiere, c’è un problema strutturale che va oltre la partita.
Il Pescara oggi non perde, ma non convince.
Resiste, ma non propone.
Tiene, ma non cresce.
E allora il pareggio di Bari va messo in bacheca per la classifica, ma analizzato senza sconti per ciò che racconta: una squadra che lotta, sì, ma che continua a non sapere cosa vuole essere quando va in vantaggio.
E finché questa risposta non arriverà dal campo non dai rigori parati, non dagli episodi, non dalle espulsioni il Pescara resterà sospeso tra sopravvivenza e rimpianto.
Con un portiere che salva.
E una squadra che ancora non guida la partita.
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