Dopo sei punti in due partite, il Delfino si ferma nuovamente davanti al proprio pubblico. All'Adriatico arriva uno 0-0 contro una Torres in difficoltà e con diverse assenze. Le occasioni sprecate fanno rumore, ma il problema è più profondo: quando arriva il momento di dimostrare di essere una squadra da vertice, il Pescara continua a fermarsi sul più bello.
Ci eravamo quasi convinti. Non che tutti i problemi fossero improvvisamente scomparsi, non che il Pescara fosse diventato una macchina perfetta, ma che qualcosa stesse finalmente cambiando. Prima la vittoria contro l'Ostiamare, poi la rimonta di Perugia. Sei punti in due partite, un allenatore capace di incidere dalla panchina, una squadra che al Curi aveva preso un gol dopo meno di un minuto e aveva trovato la forza di ribaltare tutto. Avevamo scritto che Buscè aveva risposto sul campo. E lo pensiamo ancora. Ma oggi dobbiamo scrivere anche il resto: Pescara, hai perso un'altra occasione. E stavolta fa particolarmente male.
Dopo Perugia non serviva un'altra dimostrazione di carattere. Serviva qualcosa di diverso. Serviva la maturità di una squadra che capisce il momento, riconosce l'opportunità e se la prende. Serviva vincere davanti al proprio pubblico, contro una Torres arrivata all'Adriatico con problemi e assenze, per trasformare due risultati positivi in una vera dichiarazione d'intenti. Invece è arrivato uno 0-0. E siamo di nuovo qui, a parlare di quello che poteva essere e non è stato.
LE GRANDI SQUADRE QUESTE PARTITE LE VINCONO
Non tutte, naturalmente. Anche le prime della classe pareggiano, sbagliano gol e attraversano giornate storte. Ma esiste una differenza tra perdere occasionalmente due punti e trasformare certe occasioni mancate in un'abitudine. Il Pescara oggi aveva davanti una possibilità importante. Non soltanto per la classifica, ma per la propria credibilità. Doveva dimostrare di saper vincere anche senza il vantaggio dell'uomo in più visto contro l'Ostiamare, anche senza la scossa emotiva della rimonta di Perugia, anche senza aspettare che un episodio straordinario cambiasse la partita. Doveva dimostrare di saper essere semplicemente più forte. E non ci è riuscito.
Anzi, prima ancora di recriminare sulle occasioni sprecate, sarebbe opportuno ricordare che Fiorillo e Capellini hanno evitato guai seri. Perché la Torres non è arrivata a Pescara per recitare la parte della vittima sacrificale. Ha giocato, ha creato pericoli e ha costretto il Delfino a difendersi. Questo dovrebbe far riflettere almeno quanto i gol mancati. Una squadra che vuole vincere il campionato non può aspettarsi che gli avversari le consegnino le partite. Deve imparare a prendersele.
BASTA CON LA CLASSIFICA DELLE OCCASIONI SPRECATE
D'Ausilio colpisce il palo e spreca una possibilità importante. Nardin non trova la porta. Motta ha la sua occasione, ma Zaccagno risponde. Parigi ci prova nel finale. Possiamo metterle tutte in fila, una dopo l'altra, e costruire l'ennesimo racconto di una vittoria sfuggita per qualche centimetro. Ma a cosa servirebbe? Abbiamo già percorso questa strada. Dopo Ravenna avevamo parlato di una squadra incapace di trovare soluzioni offensive. Dopo l'Atalanta U23 avevamo analizzato una partita nella quale il Pescara aveva creato e poi perso. Dopo lo Spezia avevamo sottolineato come giocare alla pari non significasse necessariamente saper vincere. Adesso, dopo undici giornate, siamo ancora qui a discutere di occasioni non trasformate.
A un certo punto, quando una situazione si ripete, smette di essere soltanto sfortuna. Diventa un problema da risolvere. E questo problema non può essere scaricato ogni volta sull'attaccante che sbaglia l'ultima conclusione. Perché se una squadra ha bisogno di segnare in ogni occasione per vincere, significa che non riesce a costruire una superiorità sufficientemente costante. Non basta arrivare davanti al portiere tre o quattro volte. Bisogna mettere l'avversario nella condizione di soffrire per novanta minuti, avere alternative, cambiare ritmo e trovare spazi anche quando quelli iniziali vengono chiusi. Oggi, troppo spesso, il Pescara ha dato la sensazione di aspettare che qualcuno inventasse qualcosa. E quando nessuno ha trovato il colpo risolutivo, è rimasto lo zero.
BUSCÈ, NON TORNIAMO AL PUNTO DI PARTENZA
Non vogliamo ricominciare con il solito processo all'allenatore. Sarebbe ingiusto e, soprattutto, poco serio. Cinque giorni fa gli abbiamo riconosciuto il merito della vittoria di Perugia. Abbiamo scritto che il cambio di Merola all'intervallo aveva trasformato la partita. Abbiamo apprezzato la capacità di intervenire subito, senza aspettare che fosse troppo tardi. Non cancelliamo quel giudizio. Ma non possiamo neppure lasciare che due vittorie diventino uno scudo dietro il quale nascondere tutto ciò che continua a non funzionare.
Oggi Buscè aveva un'occasione importante quanto quella dei suoi giocatori: dimostrare che il Pescara stesse trovando una strada stabile, riconoscibile, capace di produrre risultati anche nelle partite meno spettacolari. E quella dimostrazione non è arrivata. Ci sono attenuanti. Gli infortuni pesano, Merola e Sardo mancano, Letizia è costretto a uscire. Nessuno può fingere che queste difficoltà non esistano. Ma il punto è un altro: possibile che questo Pescara debba avere sempre bisogno della formazione ideale, dell'episodio favorevole o della giornata ispirata di un singolo per dimostrare quanto vale?
Una rosa costruita con ambizioni importanti deve avere anche la capacità di sopperire alle assenze. Non sempre con la stessa qualità, certo, ma con un'identità che rimanga riconoscibile. Ecco cosa continuiamo a cercare. Non il modulo perfetto, non undici nomi da ripetere ogni settimana, ma una squadra che sappia cosa fare quando la partita non le regala niente.
SEI PUNTI AVEVANO RIACCESO QUALCOSA. OGGI BISOGNAVA ALIMENTARLO
La cosa che dispiace maggiormente non è neppure il pareggio in sé. È il momento nel quale arriva. Dopo settimane complicate, il Pescara aveva ritrovato entusiasmo. Le due vittorie consecutive avevano restituito fiducia, avevano alleggerito la pressione su Buscè e avevano permesso di guardare la classifica con un pizzico di ottimismo in più. C'era una sensazione diversa, quella di una squadra che forse aveva finalmente capito come uscire dalle proprie contraddizioni. La partita con la Torres doveva servire a consolidare quella sensazione.
Non chiedevamo una goleada. Non chiedevamo novanta minuti di spettacolo. Chiedevamo una vittoria da squadra consapevole della propria forza. Anche sporca, anche con un gol trovato su calcio piazzato, anche soffrendo. Ma una vittoria. Perché è esattamente così che si costruiscono i campionati importanti: non soltanto vincendo quando tutto funziona, ma soprattutto quando la partita sembra voler restare bloccata. Oggi il Pescara non ha perso contro la Torres. Ha perso la possibilità di dimostrare qualcosa a se stesso. E questa, forse, è la cosa che brucia di più.
LA CLASSIFICA NON ASPETTA CHE IL PESCARA DIVENTI GRANDE
Dall'inizio della stagione abbiamo sentito parlare di una squadra competitiva, di una rosa costruita per stare in alto, di giocatori capaci di fare la differenza. E non abbiamo mai sostenuto che mancasse il talento. Il problema è sempre stato trasformare quel talento in risultati. Perché il campionato non si vince con la qualità scritta sulla distinta, con il curriculum degli attaccanti o con il numero delle occasioni create. Si vince raccogliendo punti, con continuità e soprattutto senza lasciare per strada troppe partite nelle quali, sulla carta, avresti dovuto fare qualcosa in più.
Il Pescara sale a 19 punti. Non è una classifica che imponga di arrendersi, ma nemmeno una classifica che autorizzi a raccontare tutto come se stesse andando secondo i programmi. Se l'obiettivo è davvero stare tra le grandi, bisogna cominciare a comportarsi da grande squadra. E una grande squadra non può continuare a vivere di partenze, ripartenze, segnali incoraggianti e occasioni mancate. A un certo punto deve trovare continuità.
PESCARA, QUANDO ARRIVA IL MOMENTO DI FARE IL SALTO?
È questa la domanda che ci portiamo a casa dall'Adriatico. Non chiediamo la testa di Buscè. Non chiediamo rivoluzioni tattiche dopo ogni pareggio. Non vogliamo neppure dimenticare ciò che di buono è stato fatto nelle ultime due partite. Chiediamo qualcosa di molto più semplice: che il Pescara smetta di rimandare il momento nel quale diventare davvero ciò che dice di voler essere.
A Perugia avevamo visto una squadra capace di reagire. Contro l'Ostiamare una squadra capace di fare il proprio dovere. Oggi volevamo vedere una squadra capace di imporsi. Non l'abbiamo vista. E il fatto che abbia avuto le occasioni per vincere non rende la delusione più piccola. La rende più grande, perché significa che la vittoria era possibile e ancora una volta non è arrivata.
Il campionato è lungo, certamente. Ci saranno altre partite, altri scontri diretti, altre occasioni per recuperare terreno. Ma c'è una cosa che nessuno può garantire: che le opportunità continuino a presentarsi all'infinito.
Pescara, avevamo cominciato a crederci. Non ci hai fatto smettere, ma oggi ci hai ricordato perché facciamo ancora fatica a fidarci fino in fondo. Le squadre normali aspettano l'occasione giusta per diventare grandi. Le grandi squadre riconoscono l'occasione e se la prendono. Oggi, ancora una volta, il Pescara l'ha lasciata passare.
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