Ed è proprio questo che deve far riflettere. Il Pescara se l’è giocata, ha creato, ha reagito allo svantaggio, ma quando la partita ha chiesto concretezza, attenzione e capacità di sfruttare i momenti decisivi, lo Spezia ha fatto la capolista e il Pescara no. Dopo sette giornate il distacco dalla vetta è già di undici punti. E adesso le domande su Buscè diventano inevitabili.
Avevamo aspettato questa partita. Non perché alla settima giornata si potesse decidere un campionato, ma perché dopo Vis Pesaro, Forlì, Ravenna, Atalanta U23, Gubbio e Vado volevamo finalmente vedere il Pescara contro un avversario capace di dirci qualcosa di più sul suo reale valore. Lo Spezia quella squadra lo è. È arrivato all’Adriatico da primo della classe, ha vinto 2-1 e ha portato il proprio bottino a 19 punti contro gli 8 del Pescara. Undici punti di differenza dopo sette giornate fanno rumore, ma la partita racconta qualcosa di più complesso della classifica: il Pescara non è stato travolto, ha avuto occasioni, ha trovato il pareggio con Parigi e nel finale avrebbe potuto rimetterla in piedi. Proprio per questo la sconfitta pesa ancora di più. Perché ieri non abbiamo visto una squadra incapace di competere con la prima della classe. Abbiamo visto una squadra che, ancora una volta, non è riuscita a trasformare ciò che produce in punti.
Nel primo tempo il Pescara ha avuto la grande occasione con Ferraris, liberato davanti a Micai da Vitali, e poco dopo è arrivato anche il gol annullato a Parigi. Lo Spezia aveva comunque già dimostrato di poter fare male, ma la sensazione era quella di una partita assolutamente aperta. Poi, all’inizio della ripresa, il primo episodio che fotografa perfettamente la differenza tra le due squadre: il Pescara perde palla e Bright porta avanti gli ospiti. La reazione c’è ed è una delle cose da salvare. D’Ausilio trova Parigi sul secondo palo e arriva l’1-1. In quel momento l’Adriatico torna dentro la partita e sarebbe stato quello il momento nel quale vedere definitivamente il Pescara di Buscè. Invece lo Spezia non si disunisce, continua a giocare e trova dalla panchina l’uomo decisivo: Zilli entra e firma il 2-1. Il Pescara, dall’altra parte, ha ancora le occasioni per pareggiare, soprattutto con Vitali e poi con Meazzi, ma non le sfrutta.
Ed eccola probabilmente la fotografia più sincera della partita: lo Spezia non ha avuto bisogno di dominare il Pescara per batterlo. Ha avuto bisogno di essere più forte nei momenti che contavano. Questa è la differenza che oggi separa una squadra prima in classifica da una che continua a lasciare punti per strada. Possiamo parlare dell’occasione di Ferraris, del gol annullato, del pareggio di Parigi, dell’opportunità di Vitali e del tentativo finale di Meazzi. Possiamo anche sostenere che il Pescara non meritasse necessariamente di perdere. Ma dopo sette giornate comincia a diventare pericoloso raccontare ogni partita attraverso quello che sarebbe potuto accadere. Il campionato non assegna punti per le occasioni create, per i legni, per i gol sfiorati o per quanto avresti meritato. Alla fine assegna tre punti a chi segna più dell’avversario. E oggi lo Spezia ne ha 19, il Pescara 8.
Dopo Vado avevamo parlato di un passo avanti. Ed era giusto farlo. Buscè aveva modificato il sistema, avvicinato Ferraris a Parigi, dato spazio a Sardo accanto a Valzania e chiesto alla squadra maggiore aggressività. Contro lo Spezia quell’impianto è stato sostanzialmente riproposto e alcuni segnali positivi sono rimasti. Il problema è che Vado doveva rappresentare l’inizio di un percorso, non il punto di arrivo. Contro un avversario di livello superiore sono riemersi difetti che conosciamo ormai dall’inizio della stagione: poca concretezza, errori nei momenti chiave e soprattutto l’incapacità di trasformare una buona fase della partita in qualcosa di realmente decisivo.
Ed è qui che inevitabilmente torniamo a Buscè. Non significa chiedere la testa dell’allenatore dopo sette giornate, ma significa smettere di considerarlo estraneo a ciò che sta accadendo. Questa rosa ha qualità, esperienza, giovani interessanti e alternative. Il mercato è terminato da settimane e, anche se infortuni e condizioni fisiche hanno certamente complicato il lavoro, non possiamo continuare indefinitamente a parlare del Pescara che vedremo quando tutto sarà sistemato. Dobbiamo cominciare a giudicare il Pescara che vediamo adesso. E quello visto nelle prime sette giornate ha raccolto troppo poco rispetto alle aspettative create attorno alla squadra.
C’è poi un problema che sta diventando evidente: il Pescara crea, ma segna troppo poco rispetto a quanto costruisce. A Vado la partita avrebbe dovuto essere chiusa molto prima. Contro lo Spezia Ferraris ha avuto la possibilità di portare avanti i biancazzurri, Vitali quella di rimettere in piedi la partita e altre situazioni interessanti non sono state trasformate. Questo non è più soltanto un dettaglio. Contro squadre di livello più alto le occasioni diminuiscono e quelle che arrivano vanno sfruttate. Ferraris deve diventare più concreto, Vitali deve trasformare il lavoro e gli strappi in gol, Parigi non può essere lasciato solo a sostenere tutto il peso realizzativo e anche il centrocampo deve portare più reti. Una squadra che vuole stare davanti non può avere bisogno di costruire continuamente cinque, sei o sette situazioni per trovare un gol.
La sconfitta con lo Spezia, però, non deve portarci all’estremo opposto. Non abbiamo scoperto improvvisamente che il Pescara è una squadra scarsa. Anzi, per lunghi tratti ha dimostrato di poter stare dentro la partita contro la prima della classe. Ed è proprio questo il punto: se puoi competere, devi cominciare a vincere. Giocarsela alla pari non basta più. Dire che nessuno ti ha dominato non basta. Dire che avresti meritato qualche punto in più non basta. Perché alla fine la classifica comincia lentamente a trasformare le sensazioni in numeri e undici punti dalla vetta dopo sette giornate rappresentano un dato che non può essere ignorato.Lo Spezia ieri ci ha mostrato soprattutto una cosa: quanto sia sottile ma decisiva la distanza tra essere competitivi ed essere vincenti. Non serve necessariamente essere superiori per novanta minuti. Serve capire quando una partita sta girando, sfruttare l’occasione, evitare l’errore gratuito e sapere colpire quando l’avversario concede qualcosa. Lo Spezia lo ha fatto. Il Pescara no. Ed è questo salto che Buscè deve riuscire a far compiere alla squadra.
Dopo Vado avevamo chiuso con una domanda: “Pescara, sei davvero questo?” La partita contro lo Spezia ci ha dato una risposta parziale. Non ancora. Ma ci ha anche detto che la distanza non è necessariamente quella di una squadra incapace di giocarsela. È la distanza di una squadra che deve ancora imparare a trasformare il proprio potenziale in risultati. Ed è forse proprio questo l’aspetto più importante e, allo stesso tempo, più preoccupante: il Pescara sembra avere abbastanza per fare molto meglio di così.
Ed è inevitabile, a questo punto, tornare su Antonio Buscè. Senza processi e senza sentenze, perché sette giornate non possono cancellare un progetto tecnico appena iniziato. Ma anche senza nascondersi dietro il calendario, gli infortuni o gli episodi. Buscè è arrivato a Pescara con una precisa idea di calcio e con una società che, soprattutto nelle ultime settimane di mercato, gli ha consegnato una rosa con alternative importanti. Ora deve trasformarla nella sua squadra. Perché finora abbiamo visto diversi Pescara: quello aggressivo dell'esordio, quello completamente smarrito di Forlì, quello sterile contro il Ravenna, quello capace di comandare e poi crollare contro l'Atalanta U23, quello costretto a rincorrere il Gubbio, quello più convincente di Vado e infine quello capace di tenere testa allo Spezia senza riuscire a portare a casa neppure un punto. Troppi volti differenti per capire ancora quale sia quello vero.
E allora la questione Buscè, oggi, non riguarda semplicemente il modulo. 4-3-3 o 4-2-3-1 conta relativamente. Conta capire quali siano le gerarchie. Conta capire quale debba essere il centrocampo titolare. Conta capire quanto Sardo sia diventato importante. Conta trovare il modo migliore per utilizzare Ferraris, D'Ausilio e Vitali senza lasciare Parigi isolato. Conta capire quando e come inserire Inglese. Conta soprattutto costruire automatismi che permettano alla squadra di riconoscersi anche quando una partita cambia improvvisamente volto. Perché un'identità vera si vede soprattutto quando qualcosa va storto.
C'è poi un'altra domanda che Buscè dovrà affrontare: perché questo Pescara continua a pagare così tanto i propri momenti negativi? A Caravaggio sono bastati pochi minuti per buttare via una partita che sembrava controllata. Contro il Gubbio è servito rincorrere. Contro lo Spezia, dopo aver rimesso la partita sull'1-1, non siamo riusciti a sfruttare il momento emotivamente migliore della gara. Sono situazioni diverse, ma cominciano a costruire un filo comune. Una squadra ambiziosa deve imparare a sentire i momenti della partita: capire quando accelerare, quando gestire, quando l'avversario è in difficoltà e va colpito. Anche questo è lavoro dell'allenatore.
E poi ci sono le scelte. Finora Buscè ha cercato, provato, corretto. È comprensibile: la squadra è cambiata molto e diversi giocatori sono arrivati tardi o hanno avuto problemi fisici. Ma prima o poi la fase degli esperimenti deve terminare. Il Pescara ha bisogno di certezze. Non necessariamente degli stessi undici ogni domenica, ma di una struttura riconoscibile sulla quale costruire. I giocatori devono sapere cosa fare prima ancora di ricevere il pallone, sapere dove trovare il compagno, sapere come reagire quando viene perso il possesso. È quella sensazione di squadra che, per ora, abbiamo visto soltanto a tratti.
E attenzione anche a un altro aspetto. Dire che il Pescara avrebbe meritato qualche punto in più può essere corretto. Ma un allenatore deve anche domandarsi perché quei punti non siano arrivati. Se succede una volta è un episodio. Se succede due volte può essere sfortuna. Se continua a succedere, bisogna cercarne le cause. Non per trovare un colpevole, ma per trovare una soluzione. È questa probabilmente la sfida più importante che attende Buscè nelle prossime settimane.
Nessuno pretende che il Pescara domini il campionato a settembre. Nessuno può chiedere a Buscè di avere già risolto ogni problema. Ma dopo sette giornate è legittimo aspettarsi qualcosa di diverso: una direzione chiara. Sapere che anche quando cambiano gli interpreti, anche quando manca qualcuno, anche quando l'avversario ti mette in difficoltà, esiste comunque un Pescara riconoscibile.
Perché la sensazione, oggi, è quasi paradossale. Non guardiamo questa rosa pensando che non sia abbastanza forte. Al contrario. La guardiamo e continuiamo a pensare che possa dare molto più di quanto raccontino quegli otto punti. Ed è proprio per questo che inevitabilmente aumentano le responsabilità dell'allenatore. Più credi nel valore della squadra, più devi chiederti perché quel valore non riesca ancora a diventare continuità, vittorie e classifica.
Buscè ha ancora il tempo per trovare le risposte. Ma da adesso deve cominciare a darle sul campo. Non attraverso le dichiarazioni, non attraverso quello che il Pescara avrebbe meritato, non attraverso quello che questa squadra potrà essere tra un mese.
Adesso basta aspettare il Pescara che verrà. Buscè deve farci vedere il Pescara che c'è.
E forse, dopo sette giornate, la domanda non è più soltanto “quanto vale questo Pescara?”.
La domanda comincia a essere un'altra:
Antonio Buscè, quanto riesci a far valere questo Pescara?
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